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Una volta nacqui demone

Mi svegliavo tra le fiamme

E nella tenebra ridevo

Gettando maledizioni al cielo

Che non avevo mai visto

E bruciavo i miei giorni

Nella noia, come se non potessero finire

Mai

 

Poi divenni cristallo

E non ebbi più tratti

Solo confini

Per impazzire ed urlare

E fracassare il mio spirito

Per non sentire

 

Poi venne il vento

E disperse ogni parte di me

E mi assordava

Gridando mille cose

Che mille io

Sentivano contemporaneamente

Tracce di saggezza

Che se avessi raccolto

Avrei seguito fin dove il sole tramonta

 

Poi venne il mare

Che gridava più forte del vento

E imparai la poesia

Della lotta eterna contro lo scoglio e la sabbia

E che il volo dei gabbiani

Scrive parole di schiuma sulla superficie

E che sotto ogni superficie ci sono abissi

E c’è il freddo, e ombre senza nome

 

Caduti i confini,

le mille parti di me non si sono più riunite

non c’è libertà, solo incompletezza

e nell’incompletezza un altro confine

non è stato creato e per questo non si può spezzare

c’è solo l’attesa

dopo demoni e grida

dolore e immensa stanchezza

è il dono che rimane

dopo che fui demone, e vento, e mare

divenni attesa

in questo mi ricoprii di pietra

e l’edera del ricordo mi ricoprì

 

e siedo e piango

sul confine dell’alba

per leggere sulla fronte del sole

se questo giorno mi libererà

se questo oggi sarà nei miei ricordi

diverso da tutti gli altri oggi

di cui ho atteso la morte

Pubblicato il 8/1/2006 alle 13.9 nella rubrica Diario.

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